03.05.2011

hard workers #2
Pulisco la tastiera del laptop con una salvietta multiuso da auto. La asciugo con un fazzoletto. Ammiro il risultato. È ora di lavorare. Come un pianista sgranchisco lievemente le dita in avanti e comincio.

Il lavoro d’ufficio lo ammetto è alienante ed è anche un mondo che non mi appartiene. Ci sono quei piccoli gesti rituali e saltuari che di tanto in tanto arriva il momento di fare e quando arriva il momento è sempre bello. Al di là delle varie pulizie di scrivanie e cestini (reali e virtuali) di tastiere e monitor di librerie e archivi, si aggiungono oggi tutti i luoghi di passaggio virtuali che bisogna di tanto in tanto visitare. Account vari ed eventuali, risultati di concorsi, mailbox sparse per l’etere, cartelle condivise in continuo aggiornamento e blog preferiti di ogni genere. Quando finisce una tranche di lavoro si parte subito col giro e di clic in clic, di password in password si finisce per non accorgersi neanche che si è già passati senza essere coscienti attraverso una sequenza di indirizzi sempre uguale, ogni giorno. Qualcuno diceva che ti accorgi di essere nel XX secolo quando la mattina appena alzato tenti di accendere il microonde digitando la tua password.

E succedono cose inaspettate. Da quando lavoro ad esempio inizio a capire tanti spot pubblicitari di cui ignoravo il profondo significato. Intendo dire che adesso corrispondo al loro target. Non capivo perché chi non ci vede più dalla fame avesse bisogno di uno snack, non capivo la donna che arrivava a casa dopo tutto-un-giorno-di-lavoro e aveva ancora quella pila di piatti da lavare, chi aveva mal di testa senza riuscire più a lavorare che veniva salvato da una pillola, chi dà importanza all’assorbente profumato, chi non ha nemmeno tempo di lavarsi i denti perché il lavoro occupa ogni minuto della sua giornata ed è così che ha iniziato a masticare gomme. Inizio a capire che sono una loro potenziale cliente. Che quel prodotto può cambiarmi realmente la giornata… io, che credevo che fossero tutti bisogni indotti! …o forse lo sono ancora?

11.12.2010


hard workers #1

Aaah… finalmente arrivo a casa. Era quello che aspettavo dopo un’intera giornata di lavoro. Vorrei rilassarmi, direi facendo una torta, ma prima devo fare due cosette rimaste in sospeso da ieri.

Finisco questo layout, faccio alcune richerche e poi direi che posso sdraiarmi un attimo sul divano. Mi dirigo verso il divano, ma lo faccio con un blocco di pdf che ho stampato, così intanto me li leggo che per domani sarebbe utile averlo fatto.

C’è ancora il progetto del concorso in sospeso da una settimana circa di cui andrebbero fatti gli schizzi preparatori e adesso che ci penso, ci sarebbe anche lo sviluppo in parallelo di quel marchio del quale mi occupo nei tempi morti… e direi che adesso è un tempo più che morto.

Ma prima forse è meglio che ceni, così dopo cena potrò guardarmi un film se avrò finito con quella roba. In realtà mi sento un po’ appesantita ma vado avanti se no non finisco più.

La mia scrivania è piena di carte, per non parlare del computer che è pieno di file… non capisco come: tutti i giorni la stessa storia. Meglio che faccia un pisolino, sono ormai le 2:30… così domani in metro avrò il tempo di preparare una to-do list delle cose che mi aspettano nella giornata.

14.10.2010

colloqui di lavoro


Passo la mia giornata all’università per la ricerca dei soliti noiosi moduli da inviare in polverosi desueti dipartimenti in chissà quale località.  Oggi è un giorno di laurea. Famiglie a blocchi si spostano negli ampi corridoi dell’ateneo. Famiglie del sud approdano al Politecnico prima di cercare anche solo l’albergo. Li riconosci. Mamma sfoggia completo di lana rosso. Padre chiude la fila con in mano il sacchetto dei pasticcini intonato al vestito della mamma. Dentro al sacchetto enormi vassoi sono sovrapposti l’uno all’altro.  Una ventata invade il corridoio al loro passaggio, una pila di fogli si scompiglia. Come un ballo popolare tutti si fermano di colpo e tornano indietro di qualche passo pensando di aver perso qualcosa. Ed ecco che ricomincia il passo principale.

Sono seduta qui, su una delle panchine che percorrono l’intero perimetro di quasi tutti i corridoi di ateneo, mi accorgo di aver alzato ancora una volta gli occhi da quello che stavo leggendo per guardare questa scena. Ripassare appunti nel corridoio non è una delle idee migliori, soprattutto in sessione di laurea. Questo posto non lo frequento quasi mai perché ho passato il mio tempo universitario quasi esclusivamente in una sede distaccata e si vede, perché non so sfruttare al meglio gli spazi né conosco bene i luoghi. Quante volte ho aspettato su queste panchine, fuori dai vari dipartimenti dai nomi inassociabili! Spiego meglio: ogni volta che ho dovuto incontrare un professore per un esame dovevo trovare il dipartimento corrispondente al nome dell’esame. “Venga pure in dipartimento” recitava un’email.  Sì, ma qual è il nome del dipartimento?

Esame di statica: mancano 5 minuti e io correndo attraverso il parco arrivo all’ingresso della struttura. Questa è un’altra cosa che chi è pratico del posto prima o poi impara: una volta che siete giunti sul posto, non siete affatto arrivati, ma siete in ritardo di circa un quarto d’ora. Già, perché ad attraversare la struttura, associare il nome del dipartimento, raggiungerlo, entrarvi, e trovare l’ufficio… si impiega un’eternità. Tornando al nome dell’esame pensiamo a come potrebbe chiamarsi il dipartimento dell’esame di statica… è evidente che il suo nome è “Dipartimento di Ingegneria Strutturale”! Ma la prima volta gli studenti sanno bene che bisogna girare per qualche mezzora andando per esclusione di dipartimento in dipartimento.  Ma questa volta è diverso, sono qui di passaggio, la laurea è ormai un ricordo sbiadito (ok, meglio non esagerare); in ogni caso è ora per me di andare ad un colloquio di lavoro.

Sono le 12 di un 15 ottobre. Le ultime memorie buttate giù prima di un momento cruciale corrispondono molto spesso alla password del tuo laptop per rivelarne i file ai posteri, nel caso succeda qualcosa di spiacevole. Entro. Grosso portone del centro città, scale consumate di un androne antico e pietroso. Polvere e umidità giungono alle mie nari in un autunno che non porta propriamente quel freddo che tutti si aspettavano. Le scale terminano qui. Una sola la targa fra due porte. Una sola la porta che viene aperta. Entro nello studio.

Le prime due cose che noti quando entri in un posto così sono la segretaria che ti apre la porta e il tappeto subito dentro, non per forza in quest’ordine. Si apre così una serie di colloqui lavorativi fatti di tavoli di cristallo e sedie scivolose, di angoli da fissare mentre si parla e di scarpe ridicole che non si può fare a meno di notare nemmeno se si guarda il tavolo (perché è trasparente!). In queste occasioni si pensa a parlare e purtroppo meno ad ascoltare. Si dice “Sì, sì…ho presente” e quando lo si dice si immagina il momento in cui ci si pentirà di averlo detto. Per quanto ci si sforzi non si riesce a deludere quel felice interlocutore che parla entusiasta di qualcosa da lui sapientemente vissuto. Specie se è donna.

C’è sempre un momento per di più, che accade circa dopo i primi venti minuti, in cui avviene una sorta di astrazione mentale e ci si sente il cervello fluttuare fuori dalla scatola cranica e si vorrebbe uscire, come da un video game, ma si è consapevoli di dover restare. E in questo momento non si sente nulla, si sente rumore di un vuoto e nonostante i continui richiami all’attenzione, il cervello non si inserisce e a volte anzi, pensa cose lontane da noi e lontane dal discorso. Questa volta pensavo alla divisione in sillabe; finite le elementari tutti si sentono autorizzati a non seguire più quelle stupide regole e ognuno la fa un po’ come crede. È la verità. Non è una cosa insindacabile come lo è la matematica e non ho mai capito il perché. Forse dividendo a caso in sillabe si vive bene lo stesso. 

14.07.2011

I tempi si fanno stretti








Per correre uso un paio di mutande speciali che hanno dei cordini. Le uso per legarci le chiavi di casa, in modo da non perderle, come già è successo in altre occasioni in modi del tutto imbarazzanti che non starò qui a raccontare. Entro nel portone e approfitto di qualcuno che sta arrivando per non aprire io la porta. Due ragazzi entrano nel portone. Loro vanno a scale e io prendo l’ascensore. Devo puzzare. E molto, perché i ragazzi dimostrano una strana fretta di chi fa finta di aver lasciato la macchina in seconda fila.  Sono cose che succedono quando pensi che tanto suderai ed è inutile usare un deodorante prima di andare a correre in pausa pranzo. 

Pensando che tutti gli spostamenti siano immediati ti rendi conto di quanto vorresti che lo fossero sempre di più. Quando il viaggio in metro da lavoro a casa prima durava un niente adesso sta diventando un’eternità e già pensi a un’ipotetica raccolta firme che propone l’incremento della velocità oraria dei mezzi sotterranei. Come quando al liceo le lezioni di inizio anno duravano solo 3 ore al giorno la prima settimana, arrivati al venerdì iniziavi a sperare di uscire dopo la prima ora. 

Dopotutto lavorando troppe ora al giorno è bene organizzarsi e incastrare ogni piccola attività nei momenti liberi, voglio dire liberati, nel senso che nella realtà sarei dovuta comunque rimanere al lavoro per tutto il tempo possibile. Adoro il mercoledì sera, pieno di libertà che preannuncia il weekend.

x.x.2009

il parlamentare






Non mi sentivo un granché tra tutta quella gente con idee fuori da quel che pensavo. Mi sentivo come una volta da piccolo. 


Ero ai giardinetti e me ne stavo lì a dar calci ai piccioni, avevo forse quattro anni ma mi sentivo già un duro. Era inverno e c’erano tanti piccioni nel parco e io avevo una giacca a vento - dalla quale appena uscivano le mani - e in testa un cappello rosso di lana. Mia mamma incontrava spesso delle amiche o dei vecchi signori. Io mi stufavo ogni volta perchè li dovevo salutare anche se non ne sapevo niente di loro e poi la mamma si fermava a parlare e io volevo continuare la nostra passeggiata. 


Quel giorno aveva incontrato una signora che aveva iniziato a sorridere guardando verso di me. Anche questa non l’avevo mai vista prima. Poi la mamma mi ha chiamato e la signora mi ha detto: “ormai sei un ometto”. Da quella frase mi sono sentito fiero, io credevo che lei lo dicesse per davvero, come se mi considerasse davvero un adulto. Ho capito tardi, anni dopo, che forse lo diceva così per dire. 


Ricordo quel momento come un momento di fierezza e di gloria. Per tutto il giorno me ne andavo in giro a petto in fuori e ogni cosa che facevo la facevo pensando che ero migliore, perchè ormai ero un ometto. E quindi ripresi a calciare piccioni e sassi in modo più bello e mi sentivo come se tutti stessero lì a guardare me e tutti sapessero che io ero ormai un ometto, come aveva detto la signora.