Passo la mia giornata all’università per la ricerca dei soliti noiosi moduli da inviare in polverosi desueti dipartimenti in chissà quale località. Oggi è un giorno di laurea. Famiglie a blocchi si spostano negli ampi corridoi dell’ateneo. Famiglie del sud approdano al Politecnico prima di cercare anche solo l’albergo. Li riconosci. Mamma sfoggia completo di lana rosso. Padre chiude la fila con in mano il sacchetto dei pasticcini intonato al vestito della mamma. Dentro al sacchetto enormi vassoi sono sovrapposti l’uno all’altro. Una ventata invade il corridoio al loro passaggio, una pila di fogli si scompiglia. Come un ballo popolare tutti si fermano di colpo e tornano indietro di qualche passo pensando di aver perso qualcosa. Ed ecco che ricomincia il passo principale.
Sono seduta qui, su una delle panchine che percorrono l’intero perimetro di quasi tutti i corridoi di ateneo, mi accorgo di aver alzato ancora una volta gli occhi da quello che stavo leggendo per guardare questa scena. Ripassare appunti nel corridoio non è una delle idee migliori, soprattutto in sessione di laurea. Questo posto non lo frequento quasi mai perché ho passato il mio tempo universitario quasi esclusivamente in una sede distaccata e si vede, perché non so sfruttare al meglio gli spazi né conosco bene i luoghi. Quante volte ho aspettato su queste panchine, fuori dai vari dipartimenti dai nomi inassociabili! Spiego meglio: ogni volta che ho dovuto incontrare un professore per un esame dovevo trovare il dipartimento corrispondente al nome dell’esame. “Venga pure in dipartimento” recitava un’email. Sì, ma qual è il nome del dipartimento?
Esame di statica: mancano 5 minuti e io correndo attraverso il parco arrivo all’ingresso della struttura. Questa è un’altra cosa che chi è pratico del posto prima o poi impara: una volta che siete giunti sul posto, non siete affatto arrivati, ma siete in ritardo di circa un quarto d’ora. Già, perché ad attraversare la struttura, associare il nome del dipartimento, raggiungerlo, entrarvi, e trovare l’ufficio… si impiega un’eternità. Tornando al nome dell’esame pensiamo a come potrebbe chiamarsi il dipartimento dell’esame di statica… è evidente che il suo nome è “Dipartimento di Ingegneria Strutturale”! Ma la prima volta gli studenti sanno bene che bisogna girare per qualche mezzora andando per esclusione di dipartimento in dipartimento. Ma questa volta è diverso, sono qui di passaggio, la laurea è ormai un ricordo sbiadito (ok, meglio non esagerare); in ogni caso è ora per me di andare ad un colloquio di lavoro.
Sono le 12 di un 15 ottobre. Le ultime memorie buttate giù prima di un momento cruciale corrispondono molto spesso alla password del tuo laptop per rivelarne i file ai posteri, nel caso succeda qualcosa di spiacevole. Entro. Grosso portone del centro città, scale consumate di un androne antico e pietroso. Polvere e umidità giungono alle mie nari in un autunno che non porta propriamente quel freddo che tutti si aspettavano. Le scale terminano qui. Una sola la targa fra due porte. Una sola la porta che viene aperta. Entro nello studio.
Le prime due cose che noti quando entri in un posto così sono la segretaria che ti apre la porta e il tappeto subito dentro, non per forza in quest’ordine. Si apre così una serie di colloqui lavorativi fatti di tavoli di cristallo e sedie scivolose, di angoli da fissare mentre si parla e di scarpe ridicole che non si può fare a meno di notare nemmeno se si guarda il tavolo (perché è trasparente!). In queste occasioni si pensa a parlare e purtroppo meno ad ascoltare. Si dice “Sì, sì…ho presente” e quando lo si dice si immagina il momento in cui ci si pentirà di averlo detto. Per quanto ci si sforzi non si riesce a deludere quel felice interlocutore che parla entusiasta di qualcosa da lui sapientemente vissuto. Specie se è donna.
C’è sempre un momento per di più, che accade circa dopo i primi venti minuti, in cui avviene una sorta di astrazione mentale e ci si sente il cervello fluttuare fuori dalla scatola cranica e si vorrebbe uscire, come da un video game, ma si è consapevoli di dover restare. E in questo momento non si sente nulla, si sente rumore di un vuoto e nonostante i continui richiami all’attenzione, il cervello non si inserisce e a volte anzi, pensa cose lontane da noi e lontane dal discorso. Questa volta pensavo alla divisione in sillabe; finite le elementari tutti si sentono autorizzati a non seguire più quelle stupide regole e ognuno la fa un po’ come crede. È la verità. Non è una cosa insindacabile come lo è la matematica e non ho mai capito il perché. Forse dividendo a caso in sillabe si vive bene lo stesso.

No comments:
Post a Comment