trovando casa
Ho sempre sostenuto che le grandi città non vadano d'accordo con i grandi bagagli a mano. A volte sembro dimenticarlo e con uno zaino che mi ha fatto bruciare le spalle in queste ultime ore, l'unica benedizione della giornata sembra essere il tempo. Sole caldo e t-shirt per un cielo che i Londoners non si aspettavano. E allora, alle cinque, ora di uscita dagli uffici, in molti si precipitano nei tavolini fuori dai café e prendono tutti i raggi che possono. "Domani chissà" è il sottotitolo adeguato alla situazione.
Puoi appollaiarti su un anello per biciclette e rispondere alle email del primo pomeriggio collegandoti al wifi del café più vicino. Puoi fare pranzo al supermercato e decidere di bere una pinta di latte al 4% di grassi in strada, senza correre il rischio di essere guardata male. Questo puoi fare. Mi domando soltanto in che caso questi due poliziotti che passeggiano cullando i loro mitra potrebbero reputare sconveniente un qualsivoglia atteggiamento. È la terra dei fuori di testa, questo è chiaro.
Comprendere il codice delle piattaforme e dell'ordine delle partenze è maledettamente complicato. Tendo a confondermi ogni volta fra il numero del binario, il numero dell'ordine di arrivo dei prossimi treni per ogni binario e il numero che la voce dice ogni venti secondi per annunciare l'arrivo di un nuovo treno. C'è poi il fattore fretta/fregatura che ti spinge a salire comunque su un treno che sta per chiudere le porte. Io spesso salgo anche se non è il mio e rimando la decisione alla fermata successiva dove scendo e do a me stessa una seconda opportunità.
La mia stanza è al piano terra e comprende tre uscite, il che non è affatto male considerando che nella mia esperienza ho quasi sempre vissuto in camere di passaggio. Mi sembra un po' di essere in una stanza di albergo, bollitore e pila di asciugamani annessi. Qualcuno mi ha letto nel pensiero: sul comodino troneggia una edizione "50° Anniversario" di Harper Lee - How to Kill a Mockingbird.
Cinque finestre e undici punti luce. Sul davanzale un vaso in cristallo contiene coloratissime caramelle a pasta filata. Sì, adesso sono certa di vivere nella campagna inglese.
20.04.2015
partenze di primavera

Una coppia di occhialuti si sistema nelle prime file di posti del bus e riesco a immaginare come si siano conosciuti quando erano ancora dei monocoli.
Un ragazzo con ventiquattrore ostenta sicurezza sulla destinazione del bus.
Una ragazza indossa già la divisa ufficiale di quando sarà fra i suoi simili a Carnaby Street: collant sgualciti e hotpants.
Apprezzo i vantaggi di una città non puntuale e parto fuori orario su un bus che altrimenti non avrei preso.
Due colleghi pendolari abituali dell'aeroporto elogiano le città munite di stazioni ferroviarie sotterranee.
Chi mi ha prenotato il biglietto ha incluso l'opzione imbarco prioritario, un lusso che mai prima d'ora le mie stanche membra avevano potuto permettersi. Dopo un'attesa di figura per una navetta - prioritaria anch'essa - saliamo a bordo.
Un signore color rosa britannico è il mio vicino di posto e ha pianificato attentamente il suo volo: un'arancionissima edizione Penguin di Graham Greene - The Power and the Glory e una mela rossa.
La voce dall'accento irlandese avverte i passeggeri di rimuovere le auricolari in fase di dimostrazione degli assistenti di volo:
io dico che siamo nel futuro, le auricolari sono parte di noi uomini del ventunesimo secolo in modalità default.
Chiudo gli occhi e mi appoggio allo schienale: riesci a immaginarti in un café più tardi, una volta atterrata?
Il momento che preferisco dell'arrivo - dopo le teste piegate di chi sta in piedi in cabina nell'attesa dell'apertura portelli - è la corsa al controllo passaporti. Questa volta sono riuscita sì, a superare tutti i passeggeri del volo italiano ma mi sono imbattuta in quelli che li precedevano, arrivando da un volo tedesco, tutti molti organizzati e diretti all'area passaporto elettronico. In poche parole sono riusciti a intasare la fila che di per sé non esisterebbe in quest'area.
Tutto il tempo guadagnato nella corsa al controllo passaporti viene poi irrimediabilmente perso andando in bagno o a comprare cibo. In bagno succedono le cose più disparate per ogni business woman che si rispetti. Si percepisce che di qui passano tutti i giorni molte persone che per lavoro volano su e giù per il paese. Una si dà la lacca ai capelli. Sì, concordo che questo dovrebbe essere d'obbligo per ogni passeggero che sbarca nel Regno Umido.
Vi assicuro che darsi lo smalto in un cesso dell'aeroporto era una delle cose che mai avrei pensato di fare, ma i tempi stamattina sono stati ristretti. In realtà lo consiglio vivamente proprio perché ci si può asciugare sotto i potenti getti secca-smalto.
Una coppia di occhialuti si sistema nelle prime file di posti del bus e riesco a immaginare come si siano conosciuti quando erano ancora dei monocoli.
Un ragazzo con ventiquattrore ostenta sicurezza sulla destinazione del bus.
Una ragazza indossa già la divisa ufficiale di quando sarà fra i suoi simili a Carnaby Street: collant sgualciti e hotpants.
Apprezzo i vantaggi di una città non puntuale e parto fuori orario su un bus che altrimenti non avrei preso.
Due colleghi pendolari abituali dell'aeroporto elogiano le città munite di stazioni ferroviarie sotterranee.
Chi mi ha prenotato il biglietto ha incluso l'opzione imbarco prioritario, un lusso che mai prima d'ora le mie stanche membra avevano potuto permettersi. Dopo un'attesa di figura per una navetta - prioritaria anch'essa - saliamo a bordo.
Un signore color rosa britannico è il mio vicino di posto e ha pianificato attentamente il suo volo: un'arancionissima edizione Penguin di Graham Greene - The Power and the Glory e una mela rossa.
La voce dall'accento irlandese avverte i passeggeri di rimuovere le auricolari in fase di dimostrazione degli assistenti di volo:
io dico che siamo nel futuro, le auricolari sono parte di noi uomini del ventunesimo secolo in modalità default.
Chiudo gli occhi e mi appoggio allo schienale: riesci a immaginarti in un café più tardi, una volta atterrata?
Il momento che preferisco dell'arrivo - dopo le teste piegate di chi sta in piedi in cabina nell'attesa dell'apertura portelli - è la corsa al controllo passaporti. Questa volta sono riuscita sì, a superare tutti i passeggeri del volo italiano ma mi sono imbattuta in quelli che li precedevano, arrivando da un volo tedesco, tutti molti organizzati e diretti all'area passaporto elettronico. In poche parole sono riusciti a intasare la fila che di per sé non esisterebbe in quest'area.
Tutto il tempo guadagnato nella corsa al controllo passaporti viene poi irrimediabilmente perso andando in bagno o a comprare cibo. In bagno succedono le cose più disparate per ogni business woman che si rispetti. Si percepisce che di qui passano tutti i giorni molte persone che per lavoro volano su e giù per il paese. Una si dà la lacca ai capelli. Sì, concordo che questo dovrebbe essere d'obbligo per ogni passeggero che sbarca nel Regno Umido.
Vi assicuro che darsi lo smalto in un cesso dell'aeroporto era una delle cose che mai avrei pensato di fare, ma i tempi stamattina sono stati ristretti. In realtà lo consiglio vivamente proprio perché ci si può asciugare sotto i potenti getti secca-smalto.
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14.08.2014
aeroporti inglesi
Passeggeri. Questo è quello che ci facciamo qui, siamo tutti passeggeri. L'aereo si riempie, ma purtroppo non partirà prima di 70 minuti. “I saw the birds out there, mummy I saw the bird out there, are there any birds out there, mummy?”. Ottimo riff per una canzone di 40 anni fa, ma purtroppo non si tratta di questo. Una coppia qui vicino non fa altro che tenersi la mano, poi lei fa le parole crociate ad alta voce. Questo non lo sopporto, in genere è difficile trattenere le risposte sapendole, ma devo stare sulle mie quando capisco che non sanno che è orzata la definizione di “bevanda dal sapore di mandorla”.
Intanto un articolo sul surf islandese mi fa compagnia. Leggo, leggo, ma intanto penso che chi ha notato che sono da mezzora sulla stessa pagina pensi che sia troppo lenta a leggere. E più ci penso meno vado avanti a leggere.
Un assistente di volo spagnolo prende in giro gli inglesi e il capitano, inglese anche lui. “Ogni volta che vengo qui mi incazzo per questo sistema col quale fanno tutte le cose” dice. Poi si capisce che è perchè devono controllare i passaporti di ognuno dato che non hanno la scaletta per far scendere i passeggeri, noi passeggeri.
Un ragazzo italiano che parla inglese mette via le sue letture francesi mai intraprese.
Non posso ancora credere che siamo arrivati, in effetti non l'ho realizzato per nulla. Ma siamo qui. Ancora una volta qui.
Tutti i passeggeri si affrettano e si scavalcano per miglia, per tutto l'aeroporto, rampe scendono, scale mobili salgono, flussi di persone tengono la sinistra nei lunghi corridoi e per la verità si ha l'impressione di star girando in tondo. Scale scendono, rampe si intersecano alle scale e porte si aprono per un ulteriore controllo passaporti. Non mi sbaglio: stiamo correndo da più di 10 minuti, posso considerarlo un riscaldamento. Ed ecco il fatidico spartiacque per il quale tutti corrono: la biforcazione fra citizens e visitors. Una sola, grande coda. Poi l'idea: passaporto elettronico!
Spendo altri 5 minuti a farmi scansionare la faccia. È che faccio sempre lo stesso errore, tolgo gli occhiali nel momento in cui approccio la postazione e in questo modo non vedo come posizionare in maniera corretta il passaporto sul lettore. E più tardi mi accorgo di non aver centrato le orme dei piedi. Direi che però per la prima volta, ormai a un paio d'anni che mancano alla scadenza del passaporto, riesco a farmi identificare senza farmi aprire le porte da un addetto.
Niente da dichiarare, qualcosa da dichiarare, altri box doccia da attraversare, bagagli da ritirare, servizi igienici...non importa - farò a meno, uscita, uscita, un ennesimo cartello di uscita, burger king, uscita, hey (foto) ho lavorato a quel 6x3, partenze, taxi, treni. Eccomi arrivata. Il trucco sta nell'estrarre le varie cose dalla borsa mentre si cammina.
È sempre più tardi, non funzionano le carte di credito... ma che diamine sono tutte queste macchinette automatizzate?! Non posso nemmeno comprare un biglietto perchè devo ritirare ad una macchinetta (che dice che la mia card non si riesce a leggere) un biglietto acquistato online. Chiedo informazioni, mi dicono che devo riprovare. Mi dicono che devo comunque inserire il codice di prenotazione che mi chiede la macchina, anche se la compagnia del treno è un'altra. Non ho fatto questa domanda.
Questo treno che ho appena perso porta a destinazione ma il mio biglietto prevede che scenda prima. Cosa faccio? Prolungo il mio viaggio o scendo e prendo la metro? Poi penso che le 10 di sera non è un'ora adatta per farsi arrestare perchè non mi darebbero da mangiare e mi verrebbe un collasso. Scoraggiatamente scendo alla stazione prevista e percorro altri numerosi tunnel per raggiungere la banchina e poi, quel solito impeto di salire su un qualunque vagone ci sia in quel momento per paura di poterlo perdere. È poi fortunatamente quello giusto. Molte fermate ancora con i ragazzi della notte e poi si scende e finalmente la strada.
E là, in fondo al viale, cammino nella notte percorrendo West End Lane. Viale alla fine del quale c'è una casa. Alla fine di una giornata come questa un bagno caldo si rende più che necessario. Finalmente un po' di fresco.
Passeggeri. Questo è quello che ci facciamo qui, siamo tutti passeggeri. L'aereo si riempie, ma purtroppo non partirà prima di 70 minuti. “I saw the birds out there, mummy I saw the bird out there, are there any birds out there, mummy?”. Ottimo riff per una canzone di 40 anni fa, ma purtroppo non si tratta di questo. Una coppia qui vicino non fa altro che tenersi la mano, poi lei fa le parole crociate ad alta voce. Questo non lo sopporto, in genere è difficile trattenere le risposte sapendole, ma devo stare sulle mie quando capisco che non sanno che è orzata la definizione di “bevanda dal sapore di mandorla”.
Intanto un articolo sul surf islandese mi fa compagnia. Leggo, leggo, ma intanto penso che chi ha notato che sono da mezzora sulla stessa pagina pensi che sia troppo lenta a leggere. E più ci penso meno vado avanti a leggere.
Un assistente di volo spagnolo prende in giro gli inglesi e il capitano, inglese anche lui. “Ogni volta che vengo qui mi incazzo per questo sistema col quale fanno tutte le cose” dice. Poi si capisce che è perchè devono controllare i passaporti di ognuno dato che non hanno la scaletta per far scendere i passeggeri, noi passeggeri.
Un ragazzo italiano che parla inglese mette via le sue letture francesi mai intraprese.
Non posso ancora credere che siamo arrivati, in effetti non l'ho realizzato per nulla. Ma siamo qui. Ancora una volta qui.
Tutti i passeggeri si affrettano e si scavalcano per miglia, per tutto l'aeroporto, rampe scendono, scale mobili salgono, flussi di persone tengono la sinistra nei lunghi corridoi e per la verità si ha l'impressione di star girando in tondo. Scale scendono, rampe si intersecano alle scale e porte si aprono per un ulteriore controllo passaporti. Non mi sbaglio: stiamo correndo da più di 10 minuti, posso considerarlo un riscaldamento. Ed ecco il fatidico spartiacque per il quale tutti corrono: la biforcazione fra citizens e visitors. Una sola, grande coda. Poi l'idea: passaporto elettronico!
Spendo altri 5 minuti a farmi scansionare la faccia. È che faccio sempre lo stesso errore, tolgo gli occhiali nel momento in cui approccio la postazione e in questo modo non vedo come posizionare in maniera corretta il passaporto sul lettore. E più tardi mi accorgo di non aver centrato le orme dei piedi. Direi che però per la prima volta, ormai a un paio d'anni che mancano alla scadenza del passaporto, riesco a farmi identificare senza farmi aprire le porte da un addetto.
Niente da dichiarare, qualcosa da dichiarare, altri box doccia da attraversare, bagagli da ritirare, servizi igienici...non importa - farò a meno, uscita, uscita, un ennesimo cartello di uscita, burger king, uscita, hey (foto) ho lavorato a quel 6x3, partenze, taxi, treni. Eccomi arrivata. Il trucco sta nell'estrarre le varie cose dalla borsa mentre si cammina.
È sempre più tardi, non funzionano le carte di credito... ma che diamine sono tutte queste macchinette automatizzate?! Non posso nemmeno comprare un biglietto perchè devo ritirare ad una macchinetta (che dice che la mia card non si riesce a leggere) un biglietto acquistato online. Chiedo informazioni, mi dicono che devo riprovare. Mi dicono che devo comunque inserire il codice di prenotazione che mi chiede la macchina, anche se la compagnia del treno è un'altra. Non ho fatto questa domanda.
Questo treno che ho appena perso porta a destinazione ma il mio biglietto prevede che scenda prima. Cosa faccio? Prolungo il mio viaggio o scendo e prendo la metro? Poi penso che le 10 di sera non è un'ora adatta per farsi arrestare perchè non mi darebbero da mangiare e mi verrebbe un collasso. Scoraggiatamente scendo alla stazione prevista e percorro altri numerosi tunnel per raggiungere la banchina e poi, quel solito impeto di salire su un qualunque vagone ci sia in quel momento per paura di poterlo perdere. È poi fortunatamente quello giusto. Molte fermate ancora con i ragazzi della notte e poi si scende e finalmente la strada.
E là, in fondo al viale, cammino nella notte percorrendo West End Lane. Viale alla fine del quale c'è una casa. Alla fine di una giornata come questa un bagno caldo si rende più che necessario. Finalmente un po' di fresco.
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un sabato mattina
Quando tutto sembra contro, quando la vita è una scala mobile presa all'inverso, quando i weekend sono trascorsi aspettando la settimana che verrà, quello è il tempo per resettarsi e ripartire.Proprio quando l'ultima parvenza di segno della maschera da sci sembra svanire ecco che mi ritrovo alle pendici di un sabato appena incominciato, già con la sensazione di star perdendo tempo. Dopo una serata bagnata dalla pioggia, (pioggia che cerco di asciugare con un fohn che però è troppo potente e fa saltare la corrente, corrente solo riattaccabile giù in cortile dallo sportello desueto di cui ho la chiave, ma non quella del lucchetto che si trova sorprendentemente lì.
Intanto piove. Mi rassegno così ad andare in casa e a porte aperte cerco di sfruttare l'ultimo bagliore del giorno per vedere e sistemare le cose a prova di tatto per stanotte quando rincaserò ormai al buio.) apro la porta di casa e trovo un percorso fatto da ciabatte, spazzolino e più avanti i pantaloni del pigiama già orientati nel senso delle gambe. Vorrei anche ricaricare il telefono per farmi luce, ma non ho corrente. Solo un computer illuminerà la mia notte e in un men che non si dica è sabato mattina, rieccoci al punto.
Salgo in macchina con mezzo pigiama, è quello che fanno tutti quelli che alle 7 di sabato mattina sono in piedi senza un cane al guinzaglio: spostano la macchina in posti più coerenti. Tragica è la mattina di chi cerca posteggio, e non trova, e non fa colazione, e non si rende conto di non aver fatto colazione. E inveisce contro i parcheggiatori abusivi, anche loro insieme ai padroni dei cani sono svegli a quest’ora il sabato mattina.
Altri chilometri saranno percorsi dai miei piedi ancora addormentati, dal lontano piazzale a casa. E posso finalmente far su un paio di bagagli e dirigermi a prendere il primo (ed ultimo) treno della mattinata. E perderlo e dover assistere allibita allo spettacolo che è il treno che ti attraversa la faccia quando in fondo al corridoio della stazione vedi la luce di fuori e i binari sgombri. Un riflesso sul vetro richiama l’antico ricordo del treno che non è già più lì, ma dipartito.
Il prossimo treno è nel pomeriggio e ciò mi costringe a tornare al posteggio tanto agognato in passato e senza pensarci recarmi a far rifornimento di benzina.
Rimbocco la tazza con altro tè.
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passando per Milano
Situazione paranormale. Milano, direzione posto di lavoro di un'amica: dobbiamo cenare insieme. Eccolo, questo dev'essere il portone. Dev'essere un posto con un certo via-vai perchè due militari, rispettivamente dall'accento napoletano e siciliano, stanno di guardia poco fuori la soglia.
Una donna con dall'accento anglosassone parla al telefono e gruppi di persone, persone di lusso, entrano nel portone ogni secondo. Tre ragazzi, venticinquenni, con computer portatili sottobraccio e coloratissime sciarpe stanno passando proprio qui davanti per andare in farmacia. Uno di loro è sicuramente gay, le altre due sono momentaneamente le sue migliori amiche.
Qui a Milano è difficile capire se uno sia un creativo o solo un account manager. Una delle ragazze ha appena comprato una crema per occhiaie. Questo è il disturbo più comune fra i giovani lavoratori; i militari stanno ridendo di tutti, specialmente del gay.
Forse non è un caso che la farmacia sia accanto a S.Paolo 7, per via delle droghe che somministrano agli impiegati di questo civico.
Milano la mattina presto sembra quasi respirare. Salgo sulla Verde, già piena. Mi domando se la fermata Gioia sia utile per qualcuno: quando il treno si ferma lì, nessuno scende, nessuno sale. Per di più, aprendo le porte dall'altro lato, sembra quasi svelare un mondo sotto-sotterraneo. E alla fermata dopo, dove (in entrambe le direzioni) c'è una stazione ferroviaria, si svuota e si riempie di nuovo il treno. Gioia è il contrappasso, quasi una pena per i poveri viaggiatori che vorrebbero dire "la prossima" ma sono costretti a dire "fra due" perchè c'è la fermata fantasma di mezzo. La fermata dove quando il treno si appresta, ognuno spera ancora una volta, solo per questa volta che non si aprano le porte. E quando succede, quando le porte si aprono a quella fermata tutti trattengono il respiro perchè il treno è strapieno di persone e tutti appoggiati in punta di un piede, con un braccio sollevato al sostegno aggrappati per un dito con le altre tre dita reggono la ventiquattrore e sperano che nessuno debba rompere quell'equilibrio instabile uscendo o entrando dal vagone. Ed è un conto alla rovescia ogni volta per la chiusura delle porte. Solo allora, quando le porte sono di nuovo chiuse, tutti lasciano andare il fiato e riprendono più stabili posizioni e raggianti pensano "la prossima".
Una donna con dall'accento anglosassone parla al telefono e gruppi di persone, persone di lusso, entrano nel portone ogni secondo. Tre ragazzi, venticinquenni, con computer portatili sottobraccio e coloratissime sciarpe stanno passando proprio qui davanti per andare in farmacia. Uno di loro è sicuramente gay, le altre due sono momentaneamente le sue migliori amiche.
Qui a Milano è difficile capire se uno sia un creativo o solo un account manager. Una delle ragazze ha appena comprato una crema per occhiaie. Questo è il disturbo più comune fra i giovani lavoratori; i militari stanno ridendo di tutti, specialmente del gay.
Forse non è un caso che la farmacia sia accanto a S.Paolo 7, per via delle droghe che somministrano agli impiegati di questo civico.
[***]
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19.01.2012
uscire di casa
A volte esco di casa che sembro una poveraccia. Ci sono i vestiti e poi ci sono i vestiti jolly che di tanto in tanto devono capitare nella settimana, per spezzare il ritmo della regolarità. Questo accade quando non hai preso tè, quando vieni svegliata da una web radio italiana e ti trovi su una collina inglese. Oggi indosso delle calze color acqua, il che mi disturba parecchio ma poi mi consolo pensando che è il terzo paio che cambio stamattina, quindi non e' di per certo la scelta peggiore.
Poi cerco di non guardarmi i piedi: odio le quelle scarpe, non so ancora come ho fatto a comprarle, ma nel momento in cui le avevo addosso al negozio sembravano meravigliose. Ora non provo altro che odio, ma al contempo penso che dovrò pur usarle in qualche occasione e direi che la scelta di abbinamento con le scarpe di stamattina fa certamente parte degli outfit jolly. Fanno parte di quel tipo di calzature che hanno speranza di migliorare solo se consunte, ma meno sono indossate più lentamente invecchiano, anzi, ho l'impressione che diventino piu nuove ogni giorno che passa. Cerco di non guardarle e penso che tanto nessuno mi noterà in questa città di pazzi. Penso che tanto nessuno mi noterebbe comunque se fossi scalza.
E' come una donna che crede che qualcuno noti il suo rossetto nuovo: lascia che ti dica che nessuno sta guardando le tue labbra e il 90% degli uomini che le guardano pensano che tu non abbia il rossetto. Non puoi godertelo nemmeno tu poichè non ti puoi vedere da fuori. E poi si sa, il rossetto dura quella mezzora e poi arrivati sul posto di lavoro non ci si ricorda più nemmeno di rimetterselo e si passano parecchie ore senza fino a ricordarsene quando ormai è sera: chi si godrà il vostro rossetto sulla via del ritorno?
Il problema principale consiste nel non avere uno specchio a dimensione intera. I problema successivo, nel non incontrare vetrate durante il primo tratto di percorrenza per arrivare sul luogo di lavoro: case, case, case, alberi, case. Quando finalmente la prima vetrata fa capolino all'orizzonte (e ci si accorge spesso dell'irreparabile disastro) è troppo tardi per tornare indietro. E' consigliabile pertanto non specchiarsi in vetrate troppo lontane da casa, onde evitare di restare per l'intera giornata immersi in un'aura di depressione sentendovi gli sguardi di tutti addosso: meglio rimanere ignoranti in merito.
Tre ubriachi delle 10 di mattina si stanno dirigendo nella mia direzione mentre percorro il marciapiede (ho già passato la vetrata, yes!). Uno sventaglia una bottiglia vuota camminando all'indietro per guardare in faccia gli altri due. Uno fa gesti che sembrano dire "quella volta che mi sono vomitato in faccia". Il terzo mi dice "I love you" e poi "...she ain't!" e tutti ridono. Si', è decisamente l'inizio di un nuovo giorno.
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03.05.2011
hard workers #2
Pulisco la tastiera del laptop con una salvietta multiuso da auto. La asciugo con un fazzoletto. Ammiro il risultato. È ora di lavorare. Come un pianista sgranchisco lievemente le dita in avanti e comincio.
Il lavoro d’ufficio lo ammetto è alienante ed è anche un mondo che non mi appartiene. Ci sono quei piccoli gesti rituali e saltuari che di tanto in tanto arriva il momento di fare e quando arriva il momento è sempre bello. Al di là delle varie pulizie di scrivanie e cestini (reali e virtuali) di tastiere e monitor di librerie e archivi, si aggiungono oggi tutti i luoghi di passaggio virtuali che bisogna di tanto in tanto visitare. Account vari ed eventuali, risultati di concorsi, mailbox sparse per l’etere, cartelle condivise in continuo aggiornamento e blog preferiti di ogni genere. Quando finisce una tranche di lavoro si parte subito col giro e di clic in clic, di password in password si finisce per non accorgersi neanche che si è già passati senza essere coscienti attraverso una sequenza di indirizzi sempre uguale, ogni giorno. Qualcuno diceva che ti accorgi di essere nel XX secolo quando la mattina appena alzato tenti di accendere il microonde digitando la tua password.
E succedono cose inaspettate. Da quando lavoro ad esempio inizio a capire tanti spot pubblicitari di cui ignoravo il profondo significato. Intendo dire che adesso corrispondo al loro target. Non capivo perché chi non ci vede più dalla fame avesse bisogno di uno snack, non capivo la donna che arrivava a casa dopo tutto-un-giorno-di-lavoro e aveva ancora quella pila di piatti da lavare, chi aveva mal di testa senza riuscire più a lavorare che veniva salvato da una pillola, chi dà importanza all’assorbente profumato, chi non ha nemmeno tempo di lavarsi i denti perché il lavoro occupa ogni minuto della sua giornata ed è così che ha iniziato a masticare gomme. Inizio a capire che sono una loro potenziale cliente. Che quel prodotto può cambiarmi realmente la giornata… io, che credevo che fossero tutti bisogni indotti! …o forse lo sono ancora?
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11.12.2010
hard workers #1
Aaah… finalmente arrivo a casa. Era quello che aspettavo dopo un’intera giornata di lavoro. Vorrei rilassarmi, direi facendo una torta, ma prima devo fare due cosette rimaste in sospeso da ieri.
Finisco questo layout, faccio alcune richerche e poi direi che posso sdraiarmi un attimo sul divano. Mi dirigo verso il divano, ma lo faccio con un blocco di pdf che ho stampato, così intanto me li leggo che per domani sarebbe utile averlo fatto.
C’è ancora il progetto del concorso in sospeso da una settimana circa di cui andrebbero fatti gli schizzi preparatori e adesso che ci penso, ci sarebbe anche lo sviluppo in parallelo di quel marchio del quale mi occupo nei tempi morti… e direi che adesso è un tempo più che morto.
Ma prima forse è meglio che ceni, così dopo cena potrò guardarmi un film se avrò finito con quella roba. In realtà mi sento un po’ appesantita ma vado avanti se no non finisco più.
La mia scrivania è piena di carte, per non parlare del computer che è pieno di file… non capisco come: tutti i giorni la stessa storia. Meglio che faccia un pisolino, sono ormai le 2:30… così domani in metro avrò il tempo di preparare una to-do list delle cose che mi aspettano nella giornata.
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14.10.2010
colloqui di lavoro
Passo la mia giornata all’università per la ricerca dei soliti noiosi moduli da inviare in polverosi desueti dipartimenti in chissà quale località. Oggi è un giorno di laurea. Famiglie a blocchi si spostano negli ampi corridoi dell’ateneo. Famiglie del sud approdano al Politecnico prima di cercare anche solo l’albergo. Li riconosci. Mamma sfoggia completo di lana rosso. Padre chiude la fila con in mano il sacchetto dei pasticcini intonato al vestito della mamma. Dentro al sacchetto enormi vassoi sono sovrapposti l’uno all’altro. Una ventata invade il corridoio al loro passaggio, una pila di fogli si scompiglia. Come un ballo popolare tutti si fermano di colpo e tornano indietro di qualche passo pensando di aver perso qualcosa. Ed ecco che ricomincia il passo principale.
Sono seduta qui, su una delle panchine che percorrono l’intero perimetro di quasi tutti i corridoi di ateneo, mi accorgo di aver alzato ancora una volta gli occhi da quello che stavo leggendo per guardare questa scena. Ripassare appunti nel corridoio non è una delle idee migliori, soprattutto in sessione di laurea. Questo posto non lo frequento quasi mai perché ho passato il mio tempo universitario quasi esclusivamente in una sede distaccata e si vede, perché non so sfruttare al meglio gli spazi né conosco bene i luoghi. Quante volte ho aspettato su queste panchine, fuori dai vari dipartimenti dai nomi inassociabili! Spiego meglio: ogni volta che ho dovuto incontrare un professore per un esame dovevo trovare il dipartimento corrispondente al nome dell’esame. “Venga pure in dipartimento” recitava un’email. Sì, ma qual è il nome del dipartimento?
Esame di statica: mancano 5 minuti e io correndo attraverso il parco arrivo all’ingresso della struttura. Questa è un’altra cosa che chi è pratico del posto prima o poi impara: una volta che siete giunti sul posto, non siete affatto arrivati, ma siete in ritardo di circa un quarto d’ora. Già, perché ad attraversare la struttura, associare il nome del dipartimento, raggiungerlo, entrarvi, e trovare l’ufficio… si impiega un’eternità. Tornando al nome dell’esame pensiamo a come potrebbe chiamarsi il dipartimento dell’esame di statica… è evidente che il suo nome è “Dipartimento di Ingegneria Strutturale”! Ma la prima volta gli studenti sanno bene che bisogna girare per qualche mezzora andando per esclusione di dipartimento in dipartimento. Ma questa volta è diverso, sono qui di passaggio, la laurea è ormai un ricordo sbiadito (ok, meglio non esagerare); in ogni caso è ora per me di andare ad un colloquio di lavoro.
Sono le 12 di un 15 ottobre. Le ultime memorie buttate giù prima di un momento cruciale corrispondono molto spesso alla password del tuo laptop per rivelarne i file ai posteri, nel caso succeda qualcosa di spiacevole. Entro. Grosso portone del centro città, scale consumate di un androne antico e pietroso. Polvere e umidità giungono alle mie nari in un autunno che non porta propriamente quel freddo che tutti si aspettavano. Le scale terminano qui. Una sola la targa fra due porte. Una sola la porta che viene aperta. Entro nello studio.
Le prime due cose che noti quando entri in un posto così sono la segretaria che ti apre la porta e il tappeto subito dentro, non per forza in quest’ordine. Si apre così una serie di colloqui lavorativi fatti di tavoli di cristallo e sedie scivolose, di angoli da fissare mentre si parla e di scarpe ridicole che non si può fare a meno di notare nemmeno se si guarda il tavolo (perché è trasparente!). In queste occasioni si pensa a parlare e purtroppo meno ad ascoltare. Si dice “Sì, sì…ho presente” e quando lo si dice si immagina il momento in cui ci si pentirà di averlo detto. Per quanto ci si sforzi non si riesce a deludere quel felice interlocutore che parla entusiasta di qualcosa da lui sapientemente vissuto. Specie se è donna.
C’è sempre un momento per di più, che accade circa dopo i primi venti minuti, in cui avviene una sorta di astrazione mentale e ci si sente il cervello fluttuare fuori dalla scatola cranica e si vorrebbe uscire, come da un video game, ma si è consapevoli di dover restare. E in questo momento non si sente nulla, si sente rumore di un vuoto e nonostante i continui richiami all’attenzione, il cervello non si inserisce e a volte anzi, pensa cose lontane da noi e lontane dal discorso. Questa volta pensavo alla divisione in sillabe; finite le elementari tutti si sentono autorizzati a non seguire più quelle stupide regole e ognuno la fa un po’ come crede. È la verità. Non è una cosa insindacabile come lo è la matematica e non ho mai capito il perché. Forse dividendo a caso in sillabe si vive bene lo stesso.
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14.07.2011
I tempi si fanno stretti
Per correre uso un paio di mutande speciali che hanno dei cordini. Le uso per legarci le chiavi di casa, in modo da non perderle, come già è successo in altre occasioni in modi del tutto imbarazzanti che non starò qui a raccontare. Entro nel portone e approfitto di qualcuno che sta arrivando per non aprire io la porta. Due ragazzi entrano nel portone. Loro vanno a scale e io prendo l’ascensore. Devo puzzare. E molto, perché i ragazzi dimostrano una strana fretta di chi fa finta di aver lasciato la macchina in seconda fila. Sono cose che succedono quando pensi che tanto suderai ed è inutile usare un deodorante prima di andare a correre in pausa pranzo.
Pensando che tutti gli spostamenti siano immediati ti rendi conto di quanto vorresti che lo fossero sempre di più. Quando il viaggio in metro da lavoro a casa prima durava un niente adesso sta diventando un’eternità e già pensi a un’ipotetica raccolta firme che propone l’incremento della velocità oraria dei mezzi sotterranei. Come quando al liceo le lezioni di inizio anno duravano solo 3 ore al giorno la prima settimana, arrivati al venerdì iniziavi a sperare di uscire dopo la prima ora.
Dopotutto lavorando troppe ora al giorno è bene organizzarsi e incastrare ogni piccola attività nei momenti liberi, voglio dire liberati, nel senso che nella realtà sarei dovuta comunque rimanere al lavoro per tutto il tempo possibile. Adoro il mercoledì sera, pieno di libertà che preannuncia il weekend.
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diari
x.x.2009
il parlamentare
Non mi sentivo un granché tra tutta quella gente con idee fuori da quel che pensavo. Mi sentivo come una volta da piccolo.
Ero ai giardinetti e me ne stavo lì a dar calci ai piccioni, avevo forse quattro anni ma mi sentivo già un duro. Era inverno e c’erano tanti piccioni nel parco e io avevo una giacca a vento - dalla quale appena uscivano le mani - e in testa un cappello rosso di lana. Mia mamma incontrava spesso delle amiche o dei vecchi signori. Io mi stufavo ogni volta perchè li dovevo salutare anche se non ne sapevo niente di loro e poi la mamma si fermava a parlare e io volevo continuare la nostra passeggiata.
Quel giorno aveva incontrato una signora che aveva iniziato a sorridere guardando verso di me. Anche questa non l’avevo mai vista prima. Poi la mamma mi ha chiamato e la signora mi ha detto: “ormai sei un ometto”. Da quella frase mi sono sentito fiero, io credevo che lei lo dicesse per davvero, come se mi considerasse davvero un adulto. Ho capito tardi, anni dopo, che forse lo diceva così per dire.
Ricordo quel momento come un momento di fierezza e di gloria. Per tutto il giorno me ne andavo in giro a petto in fuori e ogni cosa che facevo la facevo pensando che ero migliore, perchè ormai ero un ometto. E quindi ripresi a calciare piccioni e sassi in modo più bello e mi sentivo come se tutti stessero lì a guardare me e tutti sapessero che io ero ormai un ometto, come aveva detto la signora.
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racconti
28.11.2009
quando il 50% è 1

non ho mai creduto alla legge delle probabilità. non è vero che quando lancio una moneta ho il 50% di probabilità che mi esca uno dei due lati. può uscirmi 80 volte croce e 14 testa e io posso continuare a lanciare ma le croci diventano 150 e le teste solo una trentina...mi domando allora come potrei mai raggiungere la parità se le croci continuano a crescere esponenzialmente, nonostante qualcuno sia fermamente convinto che prima o poi la parità si raggiungerà. io credo che potrei continuare a lanciare la moneta per tutto il giorno finchè non divento vecchia, ma le cose non cambierebbero, nonostante qualcuno continui a sostenere il contrario. "prima o poi": questa non è una legge. ci sono anche molte teorie sui moti millenari dell'universo, ma qui si parla di breve periodo.
come è sbagliato dire che sia 1 il 100%. il 100% è 2. come nel caso del pacco di yogurt. quando ne ho preso uno dal pacco ne ho preso il 50%. anche se compro un pacco da 6 di coni gelato; è inutile dire “prendiamo un pacco di gelati” se siamo in sei, perchè ci siamo appena comprati un cono a testa, non un pacco di gelati, ne consegue quindi che questa non rientra nella scorta personale. Questo accade nella più banale delle situazioni, ad esempio chi vi invita a un party dicendovi “entra, ci sono casse di birra per tutti”, vi sta semplicemente comunicando di affrettarvi al tavolo per vedere se è avanzata almeno una birra per voi. Dunque la frase non è “entra, ci sono casse di birra per tutti”, ma “entra, ci sono casse con birra per tutti”. Già, perchè con un rapido calcolo potete contare ben presto 8 pacchi da 6 (in pile da due, per farla sembrare di più) e lì dentro ci sono già una cinquantina di persone, senza contare quelli che arriveranno poi. Ora, se calcoliamo che tutti potenzialmente ne prenderanno una, essendoci solo quello da bere, e i più veloci prenderanno anche la seconda, si ridurranno drasticamente le possibilità per voi di prendere una birra.
come basta l'ultimo quarto di una torta a cambiare le porzioni dividendola in due. al secondo quarto le due metà sono pari al terzo sono inevitabilmente dispari. ma è l'ultimo quarto a stabilirne la sorte definitiva. infatti, se aggiunto al primo quarto può dare luogo all'equilibrio 50-50, ma il problema è se avviene il contrario. se aggiungiamo l'ultimo quarto dall'altra parte non solo il primo resterà immutato a 25%, ma la metà opposta incrementerà arrivando addirittura a ¾ ovvero al 75%. capiamo che la situazione si ribalta completamente. mentre potevamo avere un 50-50 ci ritroviamo ora a 1 contro 3! è veramente un rapporto impossibile. nella mia esperienza è quello che è capitato a mio fratello alla nascita dell'ultima delle mie sorelle. prima c'erano due sorelle e un fratello. l'arrivo dell'ultimo nato avrebbe determinato le nostre sorti per sempre. è una sorella. siamo a uno contro 3.
come non esistono le probabilità che una cosa non accada allo 0%. dopo aver pulito il barattolo di marmellata col pane le tue mani saranno sempre appiccicose. lo sai che non è una tua convinzione. anche se usi una forchetta. non puoi sperare di non arrabbiarti più con il computer, succederà ancora. nessuno prenderà mai i pasticcini quadrati e marroni dal vassoio e resteranno lì, mentre i primi a sparire lo sanno tutti che sono gli chantilly. e nessuno pescherà dal sacchetto una caramella con mille eguali, mentre tutti prenderanno l'unica diversa, per il principio di scarsezza, anche se questa si trova sul fondo del sacchetto. sto parlando di certezze. chi afferma di non avere certezze si sbaglia. anche se sei disperato, con le mani fra i capelli, scoprirai che ogni volta almeno un capello verrà fuori dalla tua chioma. come quando riempi il filtro della moka col caffè: per quanta attenzione tu faccia ne usciranno sempre alcuni granelli sul piano della cucina.
come è sbagliato dire che sia 1 il 100%. il 100% è 2. come nel caso del pacco di yogurt. quando ne ho preso uno dal pacco ne ho preso il 50%. anche se compro un pacco da 6 di coni gelato; è inutile dire “prendiamo un pacco di gelati” se siamo in sei, perchè ci siamo appena comprati un cono a testa, non un pacco di gelati, ne consegue quindi che questa non rientra nella scorta personale. Questo accade nella più banale delle situazioni, ad esempio chi vi invita a un party dicendovi “entra, ci sono casse di birra per tutti”, vi sta semplicemente comunicando di affrettarvi al tavolo per vedere se è avanzata almeno una birra per voi. Dunque la frase non è “entra, ci sono casse di birra per tutti”, ma “entra, ci sono casse con birra per tutti”. Già, perchè con un rapido calcolo potete contare ben presto 8 pacchi da 6 (in pile da due, per farla sembrare di più) e lì dentro ci sono già una cinquantina di persone, senza contare quelli che arriveranno poi. Ora, se calcoliamo che tutti potenzialmente ne prenderanno una, essendoci solo quello da bere, e i più veloci prenderanno anche la seconda, si ridurranno drasticamente le possibilità per voi di prendere una birra.
come basta l'ultimo quarto di una torta a cambiare le porzioni dividendola in due. al secondo quarto le due metà sono pari al terzo sono inevitabilmente dispari. ma è l'ultimo quarto a stabilirne la sorte definitiva. infatti, se aggiunto al primo quarto può dare luogo all'equilibrio 50-50, ma il problema è se avviene il contrario. se aggiungiamo l'ultimo quarto dall'altra parte non solo il primo resterà immutato a 25%, ma la metà opposta incrementerà arrivando addirittura a ¾ ovvero al 75%. capiamo che la situazione si ribalta completamente. mentre potevamo avere un 50-50 ci ritroviamo ora a 1 contro 3! è veramente un rapporto impossibile. nella mia esperienza è quello che è capitato a mio fratello alla nascita dell'ultima delle mie sorelle. prima c'erano due sorelle e un fratello. l'arrivo dell'ultimo nato avrebbe determinato le nostre sorti per sempre. è una sorella. siamo a uno contro 3.
come non esistono le probabilità che una cosa non accada allo 0%. dopo aver pulito il barattolo di marmellata col pane le tue mani saranno sempre appiccicose. lo sai che non è una tua convinzione. anche se usi una forchetta. non puoi sperare di non arrabbiarti più con il computer, succederà ancora. nessuno prenderà mai i pasticcini quadrati e marroni dal vassoio e resteranno lì, mentre i primi a sparire lo sanno tutti che sono gli chantilly. e nessuno pescherà dal sacchetto una caramella con mille eguali, mentre tutti prenderanno l'unica diversa, per il principio di scarsezza, anche se questa si trova sul fondo del sacchetto. sto parlando di certezze. chi afferma di non avere certezze si sbaglia. anche se sei disperato, con le mani fra i capelli, scoprirai che ogni volta almeno un capello verrà fuori dalla tua chioma. come quando riempi il filtro della moka col caffè: per quanta attenzione tu faccia ne usciranno sempre alcuni granelli sul piano della cucina.
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diari
06.10.2009
a casa

la terra trema. arriva il 10. dal ceppo dell'albero dove sono seduta mi dirigo verso il tram.
il cielo è bianco.
questa è la mia città.
è il posto dove mi sento a casa. non sole caldo, non palme, non prati erbosi, ma case, case.
pavimenti umidi e tram.
tutto questo mi fa sentire a casa.
per quanto io possa viaggiare l'unico posto dove mi sento davvero in vacanza è questa città.
ho bisogno della mia dose di città.
mi tranquillizza.
là, dove mi affaccio da una finestra, vedo tetti rossi e oltre solo nebbia.
vacanze al mare...sì, ne ho sentito parlare. ma lì non ci sono foglie cadute zuppe di pioggia, non ci sono soli timidi e rumori di rotaie.
non pace, non tranquillità.
non alberi da controviale.
la terra trema. arriva il 10. dal ceppo dell'albero dove sono seduta mi dirigo verso il tram.
il cielo è bianco.
questa è la mia città.
è il posto dove mi sento a casa. non sole caldo, non palme, non prati erbosi, ma case, case.
pavimenti umidi e tram.
tutto questo mi fa sentire a casa.
per quanto io possa viaggiare l'unico posto dove mi sento davvero in vacanza è questa città.
ho bisogno della mia dose di città.
mi tranquillizza.
là, dove mi affaccio da una finestra, vedo tetti rossi e oltre solo nebbia.
vacanze al mare...sì, ne ho sentito parlare. ma lì non ci sono foglie cadute zuppe di pioggia, non ci sono soli timidi e rumori di rotaie.
non pace, non tranquillità.
non alberi da controviale.
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parole
17.08.2009
montecarlo

te ne stai lì seduto sulla spiaggia a fianco a tua suocera che legge una rivista di attualità che non hai mai sentito nominare, mentre tu ti impegni con l'enigmistica. da quando esisti fai sempre il tuo preferito, quello dove bisogna annerire gli spazi e viene fuori una figura. sei seduto in una posizione scomoda, tutto ripiegato su quella pagina, con la lingua mezza di fuori e impugni la penna stile neolitico. di tanto in tanto lanci un'occhiata a tua suocera: hai paura che ti interroghi sul perchè stai facendo "annerisci gli spazi" invece che le parole crociate. mentre guardi giocare la tua bambina sulla sabbia pensi al giorno in cui tua moglie ha deciso il suo nome, Penelope. pensi a quando fra qualche anno le dirai che a suo tempo ti sei battuto per non darle questo nome, un nome che non avrebbe potuto avere diminutivi.
la tua massima aspirazione è fare colazione con l'amico del tuo veterinario di fiducia, nel tavolo a poppa del suo yacht e stare qualche mezzora parcheggiati nel porto a farvi fotografare da turisti increduli. anche quella mattina avevi fatto così, ma qualcosa era andato storto, forse i croissant scongelati che hai mangiato non erano il massimo. per questo te ne stai lì sulla spiaggia mentre tua moglie si fa il bagno con Penelope. c'è un gran sole e tu ti fai ombra da solo. presto quella tua schiena diventerà color aragosta. lo sai già, ma l'idea di doversi mettere la crema solare ti fa annoiare. ancor di più ti annoia il discorso che presto tua suocera tirerà fuori a proposito di protezione della pelle. tutti quei discorsi, dall'aloe vera alle cure dermatologiche, ai massaggi shatsu, ai fiori di bach non hanno mai mosso in te un barlume di curiosità.
aspetti che arrivi almeno qualche vicino di stanza del tuo residence, magari Alberto, così potrete parlare delle solite cose e tu avrai almeno una scusa per allontanarti dall'asciugamano per andare qualche metro più in là a prendere da bere. lui ti parlerà come al solito della giovane ragazza con cui esce, (per modo di dire...lei ne ha una quarantina e lui intorno ai 60) e tu come al solito penserai al fatto che è un illuso da sempre. hai sempre pensato che lei sia una ingrata succhiasoldi, fin da quella volta che aspettavate il traghetto in coda a Porto Cervo. tu con tua moglie e lui con la sua nuova preda. si fa per dire. in realtà la preda di ogni donna che gli si era mai affezionata era lui. sono stati tutti amori interessati. ti ricordi di come
la sentivi parlare e da subito qualcosa era andato storto con quello che le si sentiva dire. mentre parlava, in più, aveva sempre lo sguardo rivolto altrove alla fine di ogni frase, come se stesse cercando qualcosa di meglio da fare.
a vederli da fuori, loro due, avresti creduto che lavorassero come modelli per qualche catena di vestiario alto-borghese. vestiti identici. ma lei nonostante gli stessi identici vestiti, sembrava diversa, forse per quella sua volgarità di fondo dei modi e dei gesti.
ecco, lo vedi arrivare, Alberto: uguale a prima, gli stessi pantaloni azzurri rigati, gli è solo cresciuta un po' la pancia dalla tua visione di Porto Cervo tre anni orsono. ti dice che lei ci ha ripensato riguardo al loro rapporto e che è tutto finito. lui è incredulo. anche tu, pensando che non puoi dire che l'avevi avvertito in quanto l'hai solo pensato. troppe volte. sono tutte così le donne. non fai in tempo a credere che ne hai appena sposata una. e non l'hai fatto sotto pressione di un'ultrasessantenne. una pacca sulla spalla porrà fine alla vostra patetica discussione. lui non deve aver capito perchè troppo immerso nel suo Martini bianco secco di metà mattina. il terzo. probabilmente fra meno di quanto si creda si accorgerà che il barista ha dimenticato l'oliva e inizierà a imprecare. non avresti mai detto che si sarebbe dato all'alcol. del resto, avresti dovuto sopettare fin da quella volta che l'avevi visto offrire un drink a tutti quelli del ponte 8.
tu non ti sei mai dato all'alcol. non ti droghi nemmeno e non l'hai mai fatto. resti incredulo anche su questo; come è stato possibile? nel posto dove lavori lo fanno tutti e sei venuto a saperlo dopo anni, solo perchè qualcuno ti ha offerto una tirata in bagno nella pausa di una riunione. "non capisco, davvero tu credi che qui noi andiamo avanti senza ricarica? non so come tu faccia, davvero..intendo, non so come tu faccia senza"... "come dici?..ah vuoi dire questa, certo... prendi pure il mio badge" avevi risposto dopo che lui col naso aveva indicato quella bustina che portavi al collo. ti eri reso conto che eri l'unico dell'ufficio a portarlo al collo. tutti gli altri lo tenevano in tasca. ora ti era tutto chiaro. ecco perchè a volte sulla spianata di marmo dei bagni dove eri solito appoggiare il dentifricio trovavi sempre nello stesso punto alcuni granuli di polvere bianca, che rimanevano attaccati al tubetto.
non hai nemmeno paura che col tempo potresti finire anche tu come loro. sei troppo assopito con la tua vita. non potresti mai nemmeno tradire tua moglie o allontanarti per troppo dall'asciugamano dove eri seduto. già vedi mentre stai tornando una mano che sventola. già proprio come se non ti ricordassi che è sempre quello il posto che occupate da tre anni, come se non potessi gustarti quegli ultimi secondi di libertà, come l'ultimo pezzo di una focaccia da passeggio che inavvertitamente ti cade di mano. la tua è una camminata verso l'inferno.
senti un bambino che piange. le urla soffocate dalla madre che cerca di asciugargli la testa con l'asciugamano, lui si agita, ma non può fare nulla perchè è ancora troppo debole e finisce col fermarsi, sfinito, cade nella sabbia e domani capiterà la stessa identica cosa.
te ne stai lì seduto sulla spiaggia a fianco a tua suocera che legge una rivista di attualità che non hai mai sentito nominare, mentre tu ti impegni con l'enigmistica. da quando esisti fai sempre il tuo preferito, quello dove bisogna annerire gli spazi e viene fuori una figura. sei seduto in una posizione scomoda, tutto ripiegato su quella pagina, con la lingua mezza di fuori e impugni la penna stile neolitico. di tanto in tanto lanci un'occhiata a tua suocera: hai paura che ti interroghi sul perchè stai facendo "annerisci gli spazi" invece che le parole crociate. mentre guardi giocare la tua bambina sulla sabbia pensi al giorno in cui tua moglie ha deciso il suo nome, Penelope. pensi a quando fra qualche anno le dirai che a suo tempo ti sei battuto per non darle questo nome, un nome che non avrebbe potuto avere diminutivi.
la tua massima aspirazione è fare colazione con l'amico del tuo veterinario di fiducia, nel tavolo a poppa del suo yacht e stare qualche mezzora parcheggiati nel porto a farvi fotografare da turisti increduli. anche quella mattina avevi fatto così, ma qualcosa era andato storto, forse i croissant scongelati che hai mangiato non erano il massimo. per questo te ne stai lì sulla spiaggia mentre tua moglie si fa il bagno con Penelope. c'è un gran sole e tu ti fai ombra da solo. presto quella tua schiena diventerà color aragosta. lo sai già, ma l'idea di doversi mettere la crema solare ti fa annoiare. ancor di più ti annoia il discorso che presto tua suocera tirerà fuori a proposito di protezione della pelle. tutti quei discorsi, dall'aloe vera alle cure dermatologiche, ai massaggi shatsu, ai fiori di bach non hanno mai mosso in te un barlume di curiosità.
aspetti che arrivi almeno qualche vicino di stanza del tuo residence, magari Alberto, così potrete parlare delle solite cose e tu avrai almeno una scusa per allontanarti dall'asciugamano per andare qualche metro più in là a prendere da bere. lui ti parlerà come al solito della giovane ragazza con cui esce, (per modo di dire...lei ne ha una quarantina e lui intorno ai 60) e tu come al solito penserai al fatto che è un illuso da sempre. hai sempre pensato che lei sia una ingrata succhiasoldi, fin da quella volta che aspettavate il traghetto in coda a Porto Cervo. tu con tua moglie e lui con la sua nuova preda. si fa per dire. in realtà la preda di ogni donna che gli si era mai affezionata era lui. sono stati tutti amori interessati. ti ricordi di come
la sentivi parlare e da subito qualcosa era andato storto con quello che le si sentiva dire. mentre parlava, in più, aveva sempre lo sguardo rivolto altrove alla fine di ogni frase, come se stesse cercando qualcosa di meglio da fare.
a vederli da fuori, loro due, avresti creduto che lavorassero come modelli per qualche catena di vestiario alto-borghese. vestiti identici. ma lei nonostante gli stessi identici vestiti, sembrava diversa, forse per quella sua volgarità di fondo dei modi e dei gesti.
ecco, lo vedi arrivare, Alberto: uguale a prima, gli stessi pantaloni azzurri rigati, gli è solo cresciuta un po' la pancia dalla tua visione di Porto Cervo tre anni orsono. ti dice che lei ci ha ripensato riguardo al loro rapporto e che è tutto finito. lui è incredulo. anche tu, pensando che non puoi dire che l'avevi avvertito in quanto l'hai solo pensato. troppe volte. sono tutte così le donne. non fai in tempo a credere che ne hai appena sposata una. e non l'hai fatto sotto pressione di un'ultrasessantenne. una pacca sulla spalla porrà fine alla vostra patetica discussione. lui non deve aver capito perchè troppo immerso nel suo Martini bianco secco di metà mattina. il terzo. probabilmente fra meno di quanto si creda si accorgerà che il barista ha dimenticato l'oliva e inizierà a imprecare. non avresti mai detto che si sarebbe dato all'alcol. del resto, avresti dovuto sopettare fin da quella volta che l'avevi visto offrire un drink a tutti quelli del ponte 8.
tu non ti sei mai dato all'alcol. non ti droghi nemmeno e non l'hai mai fatto. resti incredulo anche su questo; come è stato possibile? nel posto dove lavori lo fanno tutti e sei venuto a saperlo dopo anni, solo perchè qualcuno ti ha offerto una tirata in bagno nella pausa di una riunione. "non capisco, davvero tu credi che qui noi andiamo avanti senza ricarica? non so come tu faccia, davvero..intendo, non so come tu faccia senza"... "come dici?..ah vuoi dire questa, certo... prendi pure il mio badge" avevi risposto dopo che lui col naso aveva indicato quella bustina che portavi al collo. ti eri reso conto che eri l'unico dell'ufficio a portarlo al collo. tutti gli altri lo tenevano in tasca. ora ti era tutto chiaro. ecco perchè a volte sulla spianata di marmo dei bagni dove eri solito appoggiare il dentifricio trovavi sempre nello stesso punto alcuni granuli di polvere bianca, che rimanevano attaccati al tubetto.
non hai nemmeno paura che col tempo potresti finire anche tu come loro. sei troppo assopito con la tua vita. non potresti mai nemmeno tradire tua moglie o allontanarti per troppo dall'asciugamano dove eri seduto. già vedi mentre stai tornando una mano che sventola. già proprio come se non ti ricordassi che è sempre quello il posto che occupate da tre anni, come se non potessi gustarti quegli ultimi secondi di libertà, come l'ultimo pezzo di una focaccia da passeggio che inavvertitamente ti cade di mano. la tua è una camminata verso l'inferno.
senti un bambino che piange. le urla soffocate dalla madre che cerca di asciugargli la testa con l'asciugamano, lui si agita, ma non può fare nulla perchè è ancora troppo debole e finisce col fermarsi, sfinito, cade nella sabbia e domani capiterà la stessa identica cosa.
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racconti
06.08.2009
taccuino di sardegna

siamo così fragili, corruttibili. fatti di carne da nutrire, fatti di vizi. cedevoli a ogni input. stiamo immobili a pensare a quello che sarà di noi.
pensiamo di poter possedere le persone. pensiamo di proteggerle in questo modo, ma non facciamo il loro bene. noi, non possiamo decidere per nessuno. siamo troppo attaccati agli altri umani. così attaccati che lasciamo che quest'attaccamento determini le nostre scelte e i nostri stati d'animo.
e poi arriva il solito pensiero della nostra morte improvvisa e di quanto vorremmo essere ricordati. e pensiamo a tutte le persone che ci saranno al nostro funerale. e pensiamo a tutte le volte che abbiamo pensato a un'ipotetica morte: come ci sembrano futili adesso quei pensieri. esattamente come questi lo saranno poi.
[+++]
in rari momenti di felicità emergenti da una vita monotona l'unico modo per pensarci su è sostare in azioni che si giustificano con gli stessi momenti ad esempio limarsi le unghie è uno di quei tipici momenti per pensare a qualcosa. il fine giustifica i mezzi.
[+++]
quando da piccoli ci si vuol sentire grandi si imitano gli altri. quelli che magari hanno solo un anno in più di noi ma ci sembrano sicuramente degli idoli. mi ricordo in particolare degli episodi.
una volta eravamo al mare nella mia casa ed erano venuti dei nostri amici. io e il bambino dei nostri amici, Lorenzo, avevamo preso la stessa pizza ovviamente. o meglio io l'avevo copiata da lui. io ricordo benissimo che copiavo tutti i suoi movimenti, mi volevo sentire grande come lui, ma soprattutto un vero uomo, anche se ero una bambina. mangiavo la pizza nel suo stesso modo. lui alla fine aveva avanzato le olive e io avevo fatto lo stesso anche se avevo una fame di quelle olive...mi è rimasta ancora adesso! le olive sono uno dei miei cibi preferiti.
un'altra volta ero uscita da scuola, probabilmente in seconda elementare. spesso in primavera, all'uscita, mia mamma e la mamma di Federica decidevano di andare dal gelataio subito fuori. federica era una divora-gelati. io mi reputavo abbastanza in gamba sotto quest'aspetto eppure non riuscivo mai a finirlo prima di lei. poi lei chiedeva dei gusti patetici per un bambino, tipo marron glacé e caffé, e a me proprio non piacevano; ma piuttosto di essere come lei avrei fatto qualunque cosa. non me li gustavo mai quei gelati. sua sorella era più grande di 3 o 4 anni e lei si guardava sempre Beverly Hills. e a me era proibito.
[+++]
note:
letto di insalata?
rischia di diventare un problema proprio perchè qualcosa gli si sdraia sopra.
pensiamo di poter possedere le persone. pensiamo di proteggerle in questo modo, ma non facciamo il loro bene. noi, non possiamo decidere per nessuno. siamo troppo attaccati agli altri umani. così attaccati che lasciamo che quest'attaccamento determini le nostre scelte e i nostri stati d'animo.
e poi arriva il solito pensiero della nostra morte improvvisa e di quanto vorremmo essere ricordati. e pensiamo a tutte le persone che ci saranno al nostro funerale. e pensiamo a tutte le volte che abbiamo pensato a un'ipotetica morte: come ci sembrano futili adesso quei pensieri. esattamente come questi lo saranno poi.
[+++]
in rari momenti di felicità emergenti da una vita monotona l'unico modo per pensarci su è sostare in azioni che si giustificano con gli stessi momenti ad esempio limarsi le unghie è uno di quei tipici momenti per pensare a qualcosa. il fine giustifica i mezzi.
[+++]
quando da piccoli ci si vuol sentire grandi si imitano gli altri. quelli che magari hanno solo un anno in più di noi ma ci sembrano sicuramente degli idoli. mi ricordo in particolare degli episodi.
una volta eravamo al mare nella mia casa ed erano venuti dei nostri amici. io e il bambino dei nostri amici, Lorenzo, avevamo preso la stessa pizza ovviamente. o meglio io l'avevo copiata da lui. io ricordo benissimo che copiavo tutti i suoi movimenti, mi volevo sentire grande come lui, ma soprattutto un vero uomo, anche se ero una bambina. mangiavo la pizza nel suo stesso modo. lui alla fine aveva avanzato le olive e io avevo fatto lo stesso anche se avevo una fame di quelle olive...mi è rimasta ancora adesso! le olive sono uno dei miei cibi preferiti.
un'altra volta ero uscita da scuola, probabilmente in seconda elementare. spesso in primavera, all'uscita, mia mamma e la mamma di Federica decidevano di andare dal gelataio subito fuori. federica era una divora-gelati. io mi reputavo abbastanza in gamba sotto quest'aspetto eppure non riuscivo mai a finirlo prima di lei. poi lei chiedeva dei gusti patetici per un bambino, tipo marron glacé e caffé, e a me proprio non piacevano; ma piuttosto di essere come lei avrei fatto qualunque cosa. non me li gustavo mai quei gelati. sua sorella era più grande di 3 o 4 anni e lei si guardava sempre Beverly Hills. e a me era proibito.
[+++]
note:
letto di insalata?
rischia di diventare un problema proprio perchè qualcosa gli si sdraia sopra.
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parole,
ritorno al passato
27.05.2009
doccia

fine di una giornata. ora il vento soffia fresco. vado nella doccia. l'acqua cade e scrolla il calore della giornata di dosso. l'acqua lava via il calore accumulato durante tutta la giornata. cade e tu sei come una pietra, prima impermeabile a testa china sotto il getto e piano piano l'acqua viene accolta dalla pelle. l'acqua è fredda e le gocce battono sulla testa e piccoli fiumi gocciolano dagli zigomi che sono in basso, a guardare i piedi. come aghi sotto le unghie delle mani. pioggerellina di aprile. ma anche impercettibile e inafferrabile entità. vorresti prenderla, l'acqua, farle qualcosa, abbracciarla...ma lei non esiste sotto la doccia, è sfuggevole. è buio fuori. è buio dentro. come la sera l'acqua passa nei macchinari caldi delle fabbriche per raffreddare. io mi sto raffreddando. bevo. l'acqua è fresca. un fiume appannato sotto i miei piedi, non vedo. sono miope e umida. dovrei uscire, prendere il sapone. ma sono ancora qui a pensarci e quando metterò il piede fuori tutto si bagnerà. il rumore delle gocce è consolante, mi culla il cervello. e tutto cade ai miei piedi. opaco.
fine di una giornata. ora il vento soffia fresco. vado nella doccia. l'acqua cade e scrolla il calore della giornata di dosso. l'acqua lava via il calore accumulato durante tutta la giornata. cade e tu sei come una pietra, prima impermeabile a testa china sotto il getto e piano piano l'acqua viene accolta dalla pelle. l'acqua è fredda e le gocce battono sulla testa e piccoli fiumi gocciolano dagli zigomi che sono in basso, a guardare i piedi. come aghi sotto le unghie delle mani. pioggerellina di aprile. ma anche impercettibile e inafferrabile entità. vorresti prenderla, l'acqua, farle qualcosa, abbracciarla...ma lei non esiste sotto la doccia, è sfuggevole. è buio fuori. è buio dentro. come la sera l'acqua passa nei macchinari caldi delle fabbriche per raffreddare. io mi sto raffreddando. bevo. l'acqua è fresca. un fiume appannato sotto i miei piedi, non vedo. sono miope e umida. dovrei uscire, prendere il sapone. ma sono ancora qui a pensarci e quando metterò il piede fuori tutto si bagnerà. il rumore delle gocce è consolante, mi culla il cervello. e tutto cade ai miei piedi. opaco.
13.05.2009
cattive compagnie

fra le pagine di un taccuino scritto mesi fa.....
mi ricordavo che fin da quando ero piccola ho sempre cercato compagnie che a qualcuno prima o poi finivano per non piacere. al mare per esempio avevo degli amici casinisti che dicevano parolacce e facevano scherzi al vicinato. e anche se io non ero negligente come loro, ero dell'idea che avessero sicuramente qualcosa che mi attraeva per qualche motivo.ero specialmente amica di quelli che si facevano sgridare dai genitori e a mia mamma questi bambini non piacevano. ancor di più non le piacevano quelli che non venivano sgridati anche se ne facevano di tutti i colori. poi mandava mio padre a spiare i loro gruppi per sentire quante parolacce potessero conoscere in più di lei.
ma credo che non si sarebbe mai aspettata la gente che ho poi conosciuto dopo.. alle medie. il primo giorno di scuola volevo assolutamente conoscere una ragazza che si era subito distinta dagli altri perchè già nell'intervallo aveva preso a calci degli altri compagni per divertimento. quanto avrei voluto essere anch'io come lei.
e volevo dire grazie a tutti questi che come lei hanno permesso il mio sviluppo contorto. a tutti quelli che mi hanno dato una spinta. ancora oggi mi capita di identificare questi individui a distanza di chilometri e non ci posso fare niente: sono inevitabilmente attratta dai trascurati, dagli isolati della società, da quelli che il tuo ragazzo odia per forza di cose, da quelli che la mamma sconsiglia, da quelli che la prof. chiama "certi ceffi". da questi e da molti altri che verranno... ci vediamo in giro, disadattati sociali di tutto il mondo.
fra le pagine di un taccuino scritto mesi fa.....
mi ricordavo che fin da quando ero piccola ho sempre cercato compagnie che a qualcuno prima o poi finivano per non piacere. al mare per esempio avevo degli amici casinisti che dicevano parolacce e facevano scherzi al vicinato. e anche se io non ero negligente come loro, ero dell'idea che avessero sicuramente qualcosa che mi attraeva per qualche motivo.ero specialmente amica di quelli che si facevano sgridare dai genitori e a mia mamma questi bambini non piacevano. ancor di più non le piacevano quelli che non venivano sgridati anche se ne facevano di tutti i colori. poi mandava mio padre a spiare i loro gruppi per sentire quante parolacce potessero conoscere in più di lei.
ma credo che non si sarebbe mai aspettata la gente che ho poi conosciuto dopo.. alle medie. il primo giorno di scuola volevo assolutamente conoscere una ragazza che si era subito distinta dagli altri perchè già nell'intervallo aveva preso a calci degli altri compagni per divertimento. quanto avrei voluto essere anch'io come lei.
e volevo dire grazie a tutti questi che come lei hanno permesso il mio sviluppo contorto. a tutti quelli che mi hanno dato una spinta. ancora oggi mi capita di identificare questi individui a distanza di chilometri e non ci posso fare niente: sono inevitabilmente attratta dai trascurati, dagli isolati della società, da quelli che il tuo ragazzo odia per forza di cose, da quelli che la mamma sconsiglia, da quelli che la prof. chiama "certi ceffi". da questi e da molti altri che verranno... ci vediamo in giro, disadattati sociali di tutto il mondo.
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ritorno al passato
13.03.2009
cioccolata

in effetti è un pezzo che mi vengono idee..ma tempo di arrivare davanti a questi post mi sono già dimenticata l'importanza di ciò che voglio scrivere. sono qui per dirvi che invece adesso l'argomento ce l'ho fresco e si tratta del cioccolato (che non posso citare perchè altirmenti mi cancellano il blog), cioè quelle barrette col bambino sulla confezione da 8. che poi io credevo che contassimo in base 10..perchè devi metterne 8? e se io avessi voglia proprio di quelle due barrette alla fine? (come peraltro sta accadendo in questo momento..). ma poi, il bambino che hanno sostituito...quello è il vero problema di questo prodotto. l'hanno voluto sostituire. allora: andava tanto bene quello con la faccia da Heidi, leccato dalla mucca perchè dovete rovinare il tutto mettendone uno più alla moda che c'ha i capelli biondi e sparati in su? sparati nei limiti intendo..è pur sempre un prodotto pacato. però adesso la cazzata si sn accorti di averla fatta e allora dato che il nuovo bambino è stato deriso da tutti e dio solo sa come farà a liberarsi delle burle altrui per tutta l'adolescenza, hanno deciso di indire un concorso "alla ricerca del nuovo bambino" (senza sapere ovviamente che tanto non lo troveranno mai, dovrebbero rimettere il vecchio). poi gli hanno fatto sti ritocchi digitali che la barretta è un render spettacolare messo a confronto con il vecchio disegno manuale dell'edizione passata. invece sto bambino l'hanno truccato apposta da vecchio montanaro. un vero schifo.
ora vorrei che parlassimo della famigerata scritta +latte -cacao. escludendo l'errata interpretazione del latte+, direi che i bambini hanno già problemi nelle operazioni matematiche ma se vedono una scritta del genere non capiscono proprio. anche allo spot televisivo lo dicevano ed era ovviamente rivolto alle mamme. perchè se un bambino sente che c'è più latte di cacao dice "che schifo!". cosa gliene frega al bambino del latte, scusa? poi è proprio un inganno per dire alla mamme di comprare il cioccolato "sano" e invece rivestire questo latte condensato con uno strato di cioccolato che faccia sembrare la barretta più appetibile (ma in realtà dentro c'è il latte!ahahaha!!). poi resta il fatto che sia uno dei miei cibi preferiti. e dunque che con me questa roba ha funzionato..barretteeeee, barretteeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!!! scusate..
poi c'è chi è andato sotto anche con l'Estathè. io no poichè da piccola non me lo bevevo, ma provate a chiedere a chi all'asilo se lo portava sempre..loro adesso non ne possono più fare a meno. con quella sua cannuccina che dovevi bucare proprio lì dove c'era disegnato il tè se no non andava bene. e loro lo fanno ancora oggi..guai a bucare in un altro punto!
in effetti è un pezzo che mi vengono idee..ma tempo di arrivare davanti a questi post mi sono già dimenticata l'importanza di ciò che voglio scrivere. sono qui per dirvi che invece adesso l'argomento ce l'ho fresco e si tratta del cioccolato (che non posso citare perchè altirmenti mi cancellano il blog), cioè quelle barrette col bambino sulla confezione da 8. che poi io credevo che contassimo in base 10..perchè devi metterne 8? e se io avessi voglia proprio di quelle due barrette alla fine? (come peraltro sta accadendo in questo momento..). ma poi, il bambino che hanno sostituito...quello è il vero problema di questo prodotto. l'hanno voluto sostituire. allora: andava tanto bene quello con la faccia da Heidi, leccato dalla mucca perchè dovete rovinare il tutto mettendone uno più alla moda che c'ha i capelli biondi e sparati in su? sparati nei limiti intendo..è pur sempre un prodotto pacato. però adesso la cazzata si sn accorti di averla fatta e allora dato che il nuovo bambino è stato deriso da tutti e dio solo sa come farà a liberarsi delle burle altrui per tutta l'adolescenza, hanno deciso di indire un concorso "alla ricerca del nuovo bambino" (senza sapere ovviamente che tanto non lo troveranno mai, dovrebbero rimettere il vecchio). poi gli hanno fatto sti ritocchi digitali che la barretta è un render spettacolare messo a confronto con il vecchio disegno manuale dell'edizione passata. invece sto bambino l'hanno truccato apposta da vecchio montanaro. un vero schifo.
ora vorrei che parlassimo della famigerata scritta +latte -cacao. escludendo l'errata interpretazione del latte+, direi che i bambini hanno già problemi nelle operazioni matematiche ma se vedono una scritta del genere non capiscono proprio. anche allo spot televisivo lo dicevano ed era ovviamente rivolto alle mamme. perchè se un bambino sente che c'è più latte di cacao dice "che schifo!". cosa gliene frega al bambino del latte, scusa? poi è proprio un inganno per dire alla mamme di comprare il cioccolato "sano" e invece rivestire questo latte condensato con uno strato di cioccolato che faccia sembrare la barretta più appetibile (ma in realtà dentro c'è il latte!ahahaha!!). poi resta il fatto che sia uno dei miei cibi preferiti. e dunque che con me questa roba ha funzionato..barretteeeee, barretteeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!!! scusate..
poi c'è chi è andato sotto anche con l'Estathè. io no poichè da piccola non me lo bevevo, ma provate a chiedere a chi all'asilo se lo portava sempre..loro adesso non ne possono più fare a meno. con quella sua cannuccina che dovevi bucare proprio lì dove c'era disegnato il tè se no non andava bene. e loro lo fanno ancora oggi..guai a bucare in un altro punto!
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