il parlamentare
Non mi sentivo un granché tra tutta quella gente con idee fuori da quel che pensavo. Mi sentivo come una volta da piccolo.
Ero ai giardinetti e me ne stavo lì a dar calci ai piccioni, avevo forse quattro anni ma mi sentivo già un duro. Era inverno e c’erano tanti piccioni nel parco e io avevo una giacca a vento - dalla quale appena uscivano le mani - e in testa un cappello rosso di lana. Mia mamma incontrava spesso delle amiche o dei vecchi signori. Io mi stufavo ogni volta perchè li dovevo salutare anche se non ne sapevo niente di loro e poi la mamma si fermava a parlare e io volevo continuare la nostra passeggiata.
Quel giorno aveva incontrato una signora che aveva iniziato a sorridere guardando verso di me. Anche questa non l’avevo mai vista prima. Poi la mamma mi ha chiamato e la signora mi ha detto: “ormai sei un ometto”. Da quella frase mi sono sentito fiero, io credevo che lei lo dicesse per davvero, come se mi considerasse davvero un adulto. Ho capito tardi, anni dopo, che forse lo diceva così per dire.
Ricordo quel momento come un momento di fierezza e di gloria. Per tutto il giorno me ne andavo in giro a petto in fuori e ogni cosa che facevo la facevo pensando che ero migliore, perchè ormai ero un ometto. E quindi ripresi a calciare piccioni e sassi in modo più bello e mi sentivo come se tutti stessero lì a guardare me e tutti sapessero che io ero ormai un ometto, come aveva detto la signora.
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